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NON SPARATE SU SILVANO. D’addio e d’arrivederci

Questa non è l’ultima newsletter del centro sociale 28maggio di Rovato. Fiuu! Per fortuna. Questa è l’Ultima scritta da noialtri, piccola compagine di compagni che alcuni anni fa ha concepito questo spazio di comunicazione a uso collettivo.

 

Il segreto è che siamo sognatori, siamo utopisti(ci), ma non di quei sognatori che stanno sempre con il cuscino sotto la testa sulla veranda di casa… Siamo sognatori con i piedi piantati per terra, siamo sognatori con gli occhi ben aperti, siamo sognatori che conoscono gli amici e che conoscono i nemici…
Tomás Borge, dai muri gialli del CS 28maggio

Sospeso tra spavento e conflitto / coraggio / se una cosa va fatta va fatta e la faccio
Assalti frontali, Nel giusto posto

Greedy ones faded fast / we’re here, built to last / for the fun, not a fad / the love and the truth so powerful
Sick of it all, Built To Last

Nel paese del manzo all’olio c’è il centro sociale 28maggio. Se uno ci pensa non ci può credere. La cosa davvero pazzesca è che non è un centro sociale occupato: la vecchia fabbrichetta di molle che ora ospita il 28maggio è stata acquistata grazie a una campagna di raccolta sottoscrizioni che non trova pari nella storia delle rivoluzioni dal basso. Boing-boing-boing: in poco tempo la voce del primo C.S.C. (centro sociale comprato) al mondo rimbalza qua e là, proprio come una molla sfuggita al ciclo produttivo, liberata. Contadini autoctoni sottoscrittori e ribelli, segretari di partito a venire, militanti provenienti da ogni parte d’Europa e del globo, rivoluzionari sudamericani come me, studenti, immigrati e semplici sbandati, tutti, ma proprio tutti, accorrono, molti e numerosi, per vedere con i loro occhi. Nessuno riesce a trovare il 28maggio al primo colpo. La scritta sul muro esterno, che segnala la presenza del centro sociale, è sempre coperta da due o tre (in alcuni casi eccezionali, anche quattro) macchine parcheggiate parallele al muro, in ordine di arrivo. Si tratta quasi sempre di una Uno rossa scassata, di una Punto bianca di un giocatore di baseball locale, di una Lancia Dedra familiare blu metallizzato con sedili in alcantara, e più raramente, in questo bizzarro parcheggio selvaggio che occupa l’incrocio, di una Seat Ibiza, classica macchina da tamarri, color bordeaux, quest’ultima, però, solitamente meglio e regolarmente posteggiata a lato della strada. Da qualche tempo mi hanno detto che queste automobili non ci sono più. Una a una, sono scomparse tutte. L’incrocio è finalmente sgombro. La circolazione fluida. La vista del graffito disostruita. Sì. Hasta la victoria siempre!
Alberto Granado, I vecchi che sono diventati anziani senza ascoltare consigli

Questa non è l’ultima newsletter del centro sociale 28maggio di Rovato. Fiuu! Per fortuna. Questa è l’Ultima scritta da noialtri, piccola compagine di compagni che alcuni anni fa ha concepito questo spazio di comunicazione a uso collettivo. Qui, si chiude definitivamente con le newsletter, con la gestione del sito web. Si chiudono, più in generale, i nostri percorsi all’interno del centro sociale. Si chiude la nostra partecipazione all’organizzazione. Si chiude la porta e si esce dalla finestra, senza sapere bene a che piano siamo.

State sgranando gli occhi? In realtà i più attenti fra voi non saranno sorpresi. Il processo è in atto già da tempo. Siamo tutti Josef K.

State già pregustando l’abbuffata di pettegolezzi e frecciatine fra compagni? Rimarrete delusi: questa e-mail scavalcherà inutili rancori personali e artefatte dinamiche correntizie tipiche dei partiti che furono.

Cercheremo di andare con ordine, in risposta e in opposizione all’ordine del discorso.

Abbiamo (quasi) sempre scritto la newsletter evitando i toni legnosi della propaganda, immaginandocela come un comunicato ufficioso del centro sociale, come fosse la sua voce informale, una lettera da leggere volentieri, non un semplice e liturgico elenco di iniziative.

Abbiamo cercato, goffamente, di raccontare in poche righe, tra un appuntamento e l’altro, quello che era (è) il 28maggio perché credevamo e crediamo che trovare i modi e le forme per raccontarlo sia un proseguimento della lotta con altri mezzi. Perché pensavamo e pensiamo che se non ci fossimo raccontati e ritrovati in una narrazione condivisa e comune, alla fine non ci saremmo più riconosciuti. Non ci saremmo, in fondo e alla fine, più piaciuti. E noi sappiamo che piacersi, tra compagne e compagni, è cosa davvero importante.

Abbiamo cercato un linguaggio. Ci abbiamo giocato. Lo abbiamo giocato. Lo abbiamo usato come attrezzatura critica e di scasso (di coglioni, per i più) per sollevare volutamente simpatiche polemiche interne, per esempio sul sistema di gestione del 28raggio (raggio di sole nella Franciacorta degli spettri), sulla responsabilizzazione dell’assemblea nella gestione collettiva delle “risorse” (bleah!), ma anche per avvicinare e far dialogare in campi semantici comuni lotte lontane e (soltanto apparentemente) diverse. Abbiamo cercato di scrivere come se camminassimo domandando.

Inutile negarlo, molte volte, troppe, abbiamo toppato. Siamo rimasti a contemplare compiaciuti le nostre parole, senza preoccuparci che venissero colte o quantomeno udite dai tanti che siete, dai tanti che avete avuto la voglia e la pazienza di leggerci fin qui. Abbiamo toppato perché volevamo creare una voce corale e invece ci siamo lasciati parlare dalla nostra stessa lingua, nostro malgrado cadendo nella trappola dell’“imbroglio etnico” della guerra indiani contro cowboy. Perché non sempre abbiamo pensato per bene all’analisi logica e semantica di quello che scrivevamo, al rapporto tra quelle parole e i loro pesanti (come pietre) significati. Abbiamo sopravvalutato la nostra capacità, come collettivo di gestione del centro sociale, di assorbire l’energia pirata delle parole e tramutarla in cambiamento, di creare dinamiche inclusive anziché escludenti, accorgendoci, poi, di aver creato solo cortocircuiti comunicativi tra “gruppetti” interni di compagne e compagni, piccole compagini, per l’appunto.

Eppure, questa non è una lettera di scuse. Noi non ci scusiamo (è perché mai dovremmo farlo?). Semplicemente, è una lettera che vuole salutare.

Nel mese di settembre 2010 si è verificata una situazione tangibile: da una settimana all’altra è cambiata gran parte dell’assemblea di gestione del centro sociale.

È fisiologico si darà, ed è vero: in qualsiasi organizzazione ci sono scazzi e conseguenti rimescolamenti di mazzi, gente che va e gente che arriva, compagni che danno e compagni che prendono. Fino ai nostri giorni, anche il centro sociale 28[spille-delle-brigate-erotiche-in-o]maggio ha avuto un andamento di questo tipo, con picchi di affluenza e lunghe secche, accompagnate da altrettanto lunghe diatribe e discussioni, tanto in merito a cose spicciole, come il colore dei muri o dei teli sul soffitto, quanto su questioni decisamente più complesse, vedi il rapporto con “il Partito” o il senso da dare, in un centro sociale, all’accumulo di capitale in banca. Un accumulo che ha reso per noi impraticabile qualunque discorso intorno all’apparente verginità precapitalistica del 28euro.

Mai però, dalla nascita del 28maggio di via XX settembre nel lontano 1998, si era arrivati ad una svolta così radicale e repentina.

Ai perché di questa situazione tragicomica ci è dato rispondere solo in modo parziale e partigiano. Ma questa è la nostra ultima newsletter e non abbiamo (più) morsi avvelenati da dispensare (forse, ancora uno solo, nel post scriptum), visto che, con la nostra partecipazione all’assemblea del 10 gennaio 2011, ci sottrarremo agli ingranaggi della “macchina” 28maggio.

Quindi, prima che i rumors creati ad arte sommergano definitivamente una questione squisitamente politica declassandola a semplice questione personale (tipo battaglia tra galli maschi), vorremmo spendere due parole su quanto è successo.

Senza esserne i portavoce (scriviamo senza deleghe, tutt’al più cercando di interpretare una sensazione), possiamo sicuramente affermare che chi è uscito dal centro sociale in questi ultimi mesi non l’ha fatto in modo pacificato, né con chi è rimasto né con se stesso.

Dietro e dentro queste “uscite”, vi sono due anni buoni di discussioni accesissime (nelle newsletter, per un certo periodo, parlavamo di “tavoli infuocati” e di “caschi e guantoni”). Le contraddizioni (attenzione, leggasi bene, contraddizioni e non capri espiatori) emergevano soprattutto rispetto al modo differente, e non sempre conciliante, di vedere e intendere l’autogestione di uno spazio/collettivo, al futuro, più o meno lontano, in cui proiettare il centro sociale, al fatto che il suo stesso esistere dovrebbe rappresentare una sfida continua.

Concretamente in questi anni ci siamo scornati su identità, simboli, potere, ruoli e organizzazione, sui “che fare” a vari livelli. Mica patatine: “Certi concetti, come ad esempio comunismo, democrazia o rivoluzione sono talmente carichi di sangue, lotte, emozioni, significati che non possiamo abbandonarli. Dobbiamo lavorare per reinventarli e per ridare loro significato [...] I concetti debbono rinnovarsi di continuo. E, facciamo attenzione, questo non è un compito che spetta all’intellettuale ma al movimento. È uno sforzo che dobbiamo fare tutti insieme”.

Tuttavia, dopo tanto parlare di questioni che probabilmente non avrebbero potuto essere risolte parlando, dopo tanto camminare verso posti che non potevano essere raggiunti camminando, dopo tanto pensare intorno a problemi che non si potevano risolvere pensando, chi prima chi dopo, abbiamo maturato la convinzione che la “vecchia” assemblea del centro sociale fosse arrivata ad un punto limite, rappresentato dalla pressoché totale mancanza di fiducia tra compagni, da un clima avvelenato che ha realmente minato le basi del nostro lavoro fianco a fianco, corpo a corpo, che poi è sempre stato il collante del 28maggio stick.

Prima che la metastasi contagiasse l’intero organismo “abbiamo voluto” fare un passo a lato, non indietro (restando così fedeli allo spirito guevarista e “diteloconlepietrista” del prendere la rincorsa senza arretrare).

In the meantime altri compagni che da tempo stavano con un piede dentro e l’altro fuori hanno deciso di provarci e, pur annusando l’aria carica di pirite, hanno comunque accettato la sfida e si sono buttati nella gestione dello spazio 28ma-g-giovani.

Salutiamo affettuosamente e allegramente lo sprigionarsi di queste “nuove energie”, che stanno rivitalizzando il centro sociale. Siamo sicuri che continuerà ad essere un luogo di lotta, di analisi politica, di co-spirazione e di gioia.

E salutiamo con lo spumante il nuovo anno (di crisi e di conflitto diffuso). A proposito di spumante, diremo di più: se c’era un tappo da far saltare, è bene che sia saltato, come saltano i tappi degli spumanti, appunto.

E allora pop! Come amava ripetere un compagno: “O fa la càca o lasà lìber el büs”.

Per quanto ci riguarda era diverso tempo che si faceva la “cacca” in quel “buco”. Se le turche del 28baggio sono quello che sono ora, un poco di colpa o di gloria è pure nostra.

Leviamo il disturbo ma in cambio lasciamo aperte le contraddizioni sollevate. Di nuovo, auguri e buon anno.

 

Abbiamo conosciuto il 28maggio sull’onda del movimento che portò alle giornate del g8 nel luglio 2001. Nelle strade di Genova compagni giovani e meno giovani ebbero il loro battesimo di fuoco. Di sangue fu per tutti.

Alcuni di noi vennero battezzati già sul treno speciale con del vino andato a male. Qualcuno fu costretto ad assorbire in silenzio il lambrusco avariato nello stomaco ingurgitando cracker (nella fattispecie “Tuc”) per tutta la notte. Altri, per tamponare, si mangiarono i volantini del concerto di Claudio Lolli.

A dieci anni da allora, per noi si chiude un ciclo perché ne cominci un altro. Molti altri.

Nessun riflusso, nessun rinchiudersi in casa, nessuna voglia di gruppetti o cenacoli per pochi eletti.

L’esperienza del “presidio sotto la gru” e le pratiche che ha generato, assieme ai movimenti tellurici che stanno scuotendo il paese (con la “p” minuscola, ci abbiamo sempre tenuto molto) dalla testa ai piedi, ci dicono chiaramente che non c’è spazio per evasioni esotiche e ripiegamenti ombelicali. Per tirarsi fuori. Non c’è un fuori. Siamo dentro e in ballo per forza di cose. Per questo ci si rincontrerà presto e spesso. Magari in una piazza, dietro uno striscione, in assemblea o dis-occupazione, correndo insieme a degli sconosciuti per riacchiappare la vita. Magari facendo l’amore. Raccogliendo le more. Comunque dalla parte della prassi, là dove potremo sempre riconoscerci.

Dopo tanto tempo passato a studiare le mura del centro sociale, nostra-na Orgosolo, possiamo dire di aver imparato la lezione: distinguere i nemici dagli amici, i fronti opposti delle barricate, gli scontri e gli autoscontri dai confronti e dai tramonti.

Rovato, paese del manzo all’olio, gennaio 2011

 

In fede comunista,

Alberto

Alessandro

Anita

Cristina

Federico

Marco

Paolo

post scriptum (il dolce veleno o la marmellata avvelenata di silvano): care compagne, cari compagni, vi salutiamo, tutti, anzi, non proprio tutti tutti, solo i più simpatici e le più simpatiche. al resto dell’arbitraria scrematura non un vero e proprio saluto. al massimo, un cenno di saluto, e un sano peto liberatorio. addio, allora, ai simpatici, e farewell ai nostri vent’anni portati così, come si porta un maglione sformato sopra un paio di jeans. addio, che è anche, sempre, un bicchiere levato. addio a lugano, bella, a rovato, decisamente molto meno bello, eppure, sarà per il mercato, per i muri da tappezzare di culi, per quel che le banche non dicono, per la trippa, per il manzo all’olio, anche lui con il suo perché, con un suo motivo. addio e arrivederci, sulla strada, nelle piazze, al mercato. mai in banca. alle malelingue: per le infamie dette alle spalle, cancellate i nostri nomi e soprannomi, numeri telefonici, numeri di scarpe, indirizzi. oppure continuate a dirci, a parlarci, a determinarci. “non ci avranno mai, silvano”, non avranno mai silvano. sparate su silvano, ma silvano sarà sempre altrove, sarà qui, sarà là trallallero trallallà. forse senza silvano Identità Comunista trionferà. evviva il comunismo e la libertà.

 

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